Bodhidharma

bodhidharma

Quando arrivò a Kwang Chou, venne solennemente accolto e grandemente onorato dal locale ufficiale militare, che aveva il nome Shao Yang. Nello stesso anno, poi, fu invitato nella capitale, Nanjing, per incontrare l'imperatore Wu Di della dinastia Liang. Poiché la comunicazione tra l'Imperatore e Bodhidharma era stata reciprocamente insoddisfacente, Bodhidharma lasciò il palazzo, attraversò il fiume Yang-tzu, e si diresse a nord fino a quando arrivò al Tempio di Shao-Lin nella Provincia di Ho Nan. Fu qui che Bodhidharma divenne famoso per aver meditato 9 anni di fronte a un muro. Dopo aver dato al suo discepolo, Hui K'o, il Manto, la scodella delle elemosine, il Lankavatara Sutra, e la Trasmissione della Mente, Bodhidharma si recò al Tempio Chen Sung (Mille Santi) per propagare il Dharma. Infine, passò nel Nirvana nel 536 dC, fu sepolto nella Shon Er Shan (Montagna dell’Orso) in Ho Nan, e uno stupa fu costruito per lui nel tempio di Pao Lin. Più tardi, Dai Dzong, l'imperatore della dinastia Tang, gli conferì il titolo di Yuen Che (Gran Maestro Zen), e il suo stupa rinominato come Kong Kwan (Visualizzazione del Vuoto). L'insegnamento di Bodhidharma: Bodhidharma insegnò ai suoi discepoli ad utilizzare il Lankavatara Sutra come il ‘sigillo della mente’. Il metodo di coltivare la pratica trasmesso da Bodhidharma sotto-lineava l'attenzione che dovremmo dare a questo importante Sutra. Il suo principale insegnamento è che esistono due sentieri per varcare la Porta del Dharma: lo studio e la pratica.

Lo studio: attraverso i Sutra buddhisti e le scritture, comprenderete la Natura di Buddha. La vostra Natura di Buddha non si manifesta, solo perché è annebbiata, velata dalle contaminazioni, che sono: la brama, l'attaccamento, la passione, l'aggressività e l'ignoranza. La pratica: quando si seguono i principi Buddhisti nella vita quotidiana, si scopre che la nostra Natura Reale è uguale alla Natura del Buddha.

Bao Yen Hsin: La volontà di accettare, senza lamentarsi, la sofferenza e l'infelicità perché si capisce che è il nostro proprio karma. Sui Yen Hsin: La comprensione che tutte le situazioni sono conseguenze di cause karmiche e, perciò, si stabilizza la capacità di mantenere l'equanimità in ogni circostanza, sia negativa che positiva. Tsung Fa Hsin: Realizzare, attraverso la pratica, l'essenza della nostra propria Natura di Buddha che è equanimità.

Si tramanda che il monaco indiano Bodhidharma, 28° di un lignaggio di patriarchi indiani risalente al Buddha Gotama stesso, arrivò a Canton proveniente dall'India nel 52O d.C. Si dice che lui si presentò all'imperatore Wu Li Liang e tra i due si svolse un leggendario colloquio. L'imperatore, dopo avergli raccontato quel che aveva fatto per promuovere la pratica del buddismo, gli chiese quali meriti egli si fosse guadagnato con la sua condotta, secondo l'opinione popolare che il buddismo sia una graduale accumulazione di meriti, per mezzo di buone azioni che conducano a condizioni sempre migliori nelle vite future e, infine, al nirvana. Bodhidharma rispose: "Assolutamente nessun merito". E questa risposta sconvolse talmente le idee che l'imperatore si era fatto sul buddismo, che così chiese ancora: "Ma allora, qual è il principio della santa dottrina?". Bodhidharma rispose: "È semplicemente il vuoto: niente di sacro". "Chi sei dunque tu, disse l'imperatore, che mi stai dinanzi?". "Non lo so". La sua dottrina non incontrò così il favore dello sconcertato imperatore, così che il patriarca si ritirò per alcuni anni in un monastero nello stato di Wei, dove passò il proprio tempo "fissando il muro".

Mentre Bodhidharma fissava il muro, arrivò Hui-ko, il monaco che sarebbe dovuto succedergli nella linea patriarcale. Hui-ko chiese ripetutamente a Bodhidharma l’istruzione, ma gli fu sempre rifiutata. Cionondimeno, continuò ostinatamente a sedere in meditazione fuori della grotta dove Bodhidharma sedeva fissando la parete, aspettando pazientemente nella neve, sperando che Bodhidharma avrebbe infine ceduto. Alla fine, preso dalla disperazione, il giovane si tagliò il braccio sinistro e lo presentò a Bodhidharma come segno della sua angosciosa sincerità. Allora, finalmente, Bodhidharma gli chiese che cosa volesse. "Non ho la pace della mente" rispose Hui-ko. "Ti prego, rasserena la mia mente". "Portami la tua mente qui, dinanzi a me" rispose Bodhidharma, "e io te la pacificherò". "Ma quando cerco la mia mente", disse Hui-ko, "non riesco a trovarla". "Ecco!", gridò allora Bodhidharma, "Ho pacificato la tua mente!" La tradizione zen rappresenta Bodhidharma come una persona dall'aspetto severo, con una folta barba e uno sguardo sbarrato e penetrante, acceso tuttavia da un lieve bagliore.


Una leggenda narra che una volta egli si addormentò durante la meditazione: se ne infuriò al punto che si recise le palpebre; le quali, cadendo in terra germogliarono nella prima pianta di tè. Da quel tempo il tè ha fornito ai monaci zen una protezione contro il sonno e tanto chiarifica e rinvigorisce la mente che s'è detto, con un gioco di parole: "Il gusto dello Zen (ch'an) e il gusto del tè (ch'a) sono i medesimi". Un'altra leggenda narra che Bodhidharma (in giapponese, Daruma) restò così a lungo in meditazione tanto che gli si staccarono le gambe. Di qui il divertente simbolismo di certe bambole giapponesi dette, appunto, Daruma, che rappresentano Bodhidharma con un corpo rotondo e senza gambe, che (proprio come l'Ercolinosempreinpiedi) ritorna sempre ritto ogni volta che lo si spinge giù. Una poesia popolare giapponese dice della bambola Daruma: “Jinsei nana korobi ya oki” (“Così è la vita, sette volte giù, otto volte su!” Un famoso koan dice "Perché Bodhidharma venne dall'Occidente?" (l'India è a Occidente di Canton). Esso è uno di quei quesiti designati a mandare in corto circuito il pensiero e per i quali non si da' alcuna risposta razionale. Esistono rappresentazioni un po' strane di Bodhidharma, che però soddisfa il canone abituale: che lo vuole con sopracciglia cispose, l'aria irritata, il vestito lungo. In effetti, Bodhidharma non ama che lo si disturbi, soprattutto quando medita. Da qui, forse le sue risposte enigmatiche ed incisive.

Si dice che fosse indiano, figlio di un principe. Quando è ormai anziano, si imbarca per il Sud della Cina. Il viaggio dura tre anni. Finalmente sbarca sulle coste cinesi, risale verso il nord ed arriva a Lo-yang, la capitale del Wei. Siamo negli anni 520 d.C. L'imperatore è un Buddista appassionato e si informa su questo monaco. Ha fatto costruire templi e monasteri, innalzare dei sutra, dare dei sermoni. Che cosa pensa di questo il ‘barbaro dagli occhi blu’? E Bodhidharma laconicamente gli risponde: "Non hai fatto alcunché di sacro!". La discussione prende la piega di un dialogo tra sordi. Alla fine, l'imperatore deluso gli chiede: - "Ma chi ho qui di fronte a me?" - "Non lo so!”, risponde Bodhidharma, che poi lascia immediatamente il palazzo. Poco dopo, l'imperatore racconta il colloquio al suo consigliere. Questi gli chiede: - "Ma Voi sapevate chi era costui?" - "No!"...- risponde l’imperatore. - "Si trattava del bodhisattva Avalokitesvara, colui che porta il sigillo dello spirito del Buddha!". Niente di meno! L'imperatore allora vuole mandare una scorta per ricuperarlo, ma il consigliere lo dissuade. È sicuro che non ritornerà più.

Nel frattempo, Bodhidharma si reca a Shaolin, non lontano dalla capitale imperiale. Là, si dice, che si installi in una grotta dove resta nove anni a contemplare il muro. Un giorno, un giovane di nome Eka (Hui-ké, in cinese), che ubbidisce alle ingiunzioni di una divinità, arriva fino a lui per essere istruito nella pratica del Buddismo. Quel giorno, sta nevicando a grossi fiocchi. Bodhidharma è seduto in silenzio, come sua abitudine, faccia al muro nella sua grotta. Eka resta in piedi all'esterno, nella neve, ma il burbero Bodhidharma non gli rivolge parola. Alla fine, il giovane prende la sua spada, si taglia un braccio e lo offre, implorando, al Maestro: - "Maestro, la mia mente non è ancora pacificata, ve ne prego, pacificatela!". - "Portami qui la tua mente ed io la pacificherò" risponde Bodhidharma di getto. - "Ma io sto cercando la mente, e tuttavia non posso afferrarla!" - "Allora, come vedi, essa è già pacificata!".

Bodhidharma, (Bodaidaruma o Daruma, in giapponese), è considerato il fondatore del Ch’an Cinese. In effetti, questi aneddoti sono posteriori di parecchi secoli alla sua presunta esistenza e oggi sembra assai difficile credere al loro carattere storico. Ma, allora, Bodhidharma è esistito o no? Qualunque laconica risposta, tuttavia, andrebbe ancora di più a forgiare la storia dello Zen. Secondo la leggenda, le gambe di Bodhidharma si riempirono di piaghe a furia di meditare, durante i nove anni che passò nella grotta di Shaolin in Cina. In Giappone, i pupazzi di neve che non hanno più le gambe, sono chiamati degli yuki-daruma, dei "Bodhidharma di neve", dunque. Nantembô (1839-1925), un Maestro zen della scuola Rinzai, dipinse numerosi yuki-daruma come questo. In queste pitture, egli sistematicamente vi calligrafava una poesia di Tesshû Yamaoka (1815-1901): “Daruma fatto di neve ammucchiata, “I giorni passano, dove è andato? “Infatti, non ne restano più tracce.

Un'altra leggenda vuole che Bodhidharma sia morto avvelenato - apparentemente senza motivo. Ma la sua morte fu messa in discussione dato che, il giorno stesso che egli moriva, un emissario del Wei Orientale si trovava in Pamir. Sulla strada verso la Cina, ancora lontana, egli incrociò Bodhidharma che si dirigeva verso l'Ovest e che gli disse: "Il sovrano del tuo paese è morto proprio oggi". Appena fu arrivato, egli raccontò del suo incontro ai discepoli di Bodhidharma, i quali allora aprirono la bara del Maestro. Non vi trovarono dentro che un semplice sandalo. Dove era andato?- Al tempo del suo arrivo in Cina, l'imperatore avrebbe dovuto sospettare che una simile apparente rozzezza in un santo uomo nascondeva qualcosa che meritava di essere esaminata più da vicino, ma invece gli mostrò la porta e così sprofondò nella perplessità.

Quando, circa mille anni più tardi, il missionario Francesco Saverio sbarcò a Kago-shima, fu ricevuto nel modo più gentile dai bonzi del tempio zen che dominava la città. Gli si fece visitare il quartiere dei monaci e lo zendô, la sala di meditazione, dove i novizi si erano seduti nella posizione del Buddha sul loto, con gli occhi fissi davanti a sé, assolutamente immobili. Alla domanda: "Ma che fanno essi"? il suo amico, il bonzo Ninjitsu, rispose: "Alcuni mentalmente contano ciò che hanno ricevuto dai fedeli il mese scorso; altri pensano ancora al loro tempo libero, in breve, ognuno di essi pensa a qualsiasi cosa che abbia un certo senso". Una risposta assolutamente onesta. Francesco Saverio si sarebbe dovuto chiedere se, dalle persone di cui ammirava il carattere, una simile rozzezza non nascondesse qualcosa di importante.

Ma egli non ebbe questa accortezza e si accontentò di constatare in seguito che, nella discussione, i monaci zen erano degli avversari formidabili e che, malgrado la loro mente viva ed aperta, non c'era mezzo di convertirne uno solo al Cristianesimo. E alla domanda: "Che cos’è lo zen"? vi sono due tipi di risposte. La prima, di una deliberata villania; la seconda, di una piattezza così abituale che la nostra mente occidentale innamorata di concetti e categorie si chiede come diavolo associarci il più piccolo brandello di "sacro."

Se si vuole credere all'esempio del Buddha, ecco ciò che ci occorrerebbe per meditare: Prima di tutto, un albero detto ‘ficus religiosa’. È vero che una volta il Saggio del clan dei Shâkya si accontentò di un ombrello formato dalle sette teste di un dio-serpente. In ogni modo, ci si può ritirare anche in un eremo di montagna. Ma una semplice stanza sarà altrettanto adatta allo scopo. In questo caso, la si dovrà prevedere silenziosa, né troppo calda d'estate, né troppo fredda d'inverno, né troppo luminosa di giorno, né troppo oscura la sera. Secondariamente, un cuscino di erbe ‘kusha’. Il Buddha utilizzava anche un seggio di diamante. Ma si può anche tanto bene accontentarsi di un ordinario cuscino. In questo caso, lo si dovrà prevedere sufficientemente spesso per incrociarvi le gambe senza difficoltà. Terzo, un corpo. Questo è l'elemento più importante, perché i maestri e gli altri yogin non hanno previsto gran chè di alternativo. Poco importa del resto che sia rivestito dai trentadue segni maggiori di un Risvegliato o che si tratti meramente di un volgare sacco fatto di pelle intorno alle ossa, come dicevano i maestri ch’an. Affliggetevi dunque solo se siete un robot che sta leggendo queste note: perché sinceramente non potrete sperimentare questa meditazione. Perciò, ho un kôan di consolazione: sotto l'albero si mette il cuscino, sul cuscino si pone il corpo, sul corpo si pone la mente, ma sulla mente che cosa si pone? Riprendiamo, per gli altri. Consolidate i glutei sul cuscino, incrociate le gambe in posizione del loto o mezzo-loto. Raddrizzate il busto e tenete la testa diritta, gli occhi socchiusi, lo sguardo diretto verso la punta del naso ed il suolo. Ponete poi le mani nel grembo. La respirazione viene fatta passare naturalmente dal naso. E voi accontentatevi solo di essere seduti.

Se seguirete questa prima istruzione, verosimilmente non avrete null’altro che la sensazione di essere banalmente seduti. Restare in questa posizione per una mezz'ora potrà sembrarvi perfino un tempo interminabilmente lungo. Allora bisogna forse saper utilizzare un metodo. Per esempio, seguire il movimento della respirazione: che passa dal naso, riempie i polmoni, e riparte per il suo giro. Ma una volta che la mente è unificata, dovrete abbandonare pure questa tecnica. Perché alla fine si trova di star bene semplicemente seduti senza preoccuparsi del vero e del falso, di una tecnica o di un'assenza di tecnica. Con la mente unificata, si entra allora in un stato di profondo acquietamento. Acquietamento non è esattamente la parola giusta, perché la pace è ancora qualcosa che si oppone al turbinio, alla difficoltà. In questo stato di abbandono, una tale opposizione non ha neanche più senso. Cercate di non pensare: "Perché devo meditare?". Perché adesso si tratta precisamente di imparare a godere di un stato senza perché. A dire tutta la verità, la meditazione Zen è una perdita di tempo. Chi potrebbe mai raccomandarla? E tuttavia... Che cos’ è lo Zen?

Lo Zen è una via di autenticità e di risveglio nata dall'esperienza del Buddha Sâkyamuni. L'uomo che si chiamava Siddharta Gautama viveva nell'India del Nord, alcuni secoli prima della nascita di Gesù Cristo. Egli apparteneva al clan dei Shâkya, della casta dei guerrieri. Lo si diceva destinato ad essere un grande re. Tuttavia, una notte, sconvolto dagli sconforti del mondo, egli lasciò il suo palazzo e diventò un asceta errante. Dopo sei anni di macerazioni, decise di rinunciare alle austerità. Riunì alcune erbe e se ne fece un seggio. Allora si sedette diritto, le gambe incrociate nella posizione del loto. Dopo una notte di meditazione, siccome contemplava la stella del mattino che impallidiva nel cielo, la realtà gli apparve estremamente chiara. Così esclamò: "Qui ed ora, io e tutti gli esseri sulla grande terra abbiamo realizzato simultaneamente il risveglio". Era diventato il Mahâmuni, "il Grande Saggio", o più comunemente il Shâkyamuni, "il Saggio dei Shâkya". Dopodiché si alzò ed insegnò il Dharma agli uomini per quarantacinque anni. Lo Zen, in quanto scuola indipendente, nacque in Cina, con il nome di Ch’an, verso il sesto e settimo secolo d.C., e si inscrisse nella corrente detta del Grande Veicolo (Mahayana). Due o tre secoli prima, un misterioso monaco indiano, il bizzarro Bodhidharma, essendo giunto in Cina, si sarebbe ritirato in una grotta a Shaolin ed avrebbe portato, si dice, il fiore dello Zen in queste terre orientali. A lui è attribuita questa poesia:

“In origine, sono venuto su questa terra “Per trasmettere l'insegnamento e salvare gli esseri smarriti. “Un fiore si apre in cinque petali, ed il frutto matura naturalmente”. Infatti cinque scuole Ch’an fiorirono in Cina nelle ere Tu-ang (618-907) e Song (960-1127). Le scuole Lin-ji e So-dong (Rinzai e Sôtô nella pronuncia giapponese), sono le più conosciute. Dopodiché, lo Zen fu trasmesso in tutti i paesi di influenza Cinese, in Corea, Viet-nam e anche in Tibet. Il monaco Dôgen (1200-1253), insieme ad altri monaci giapponesi, visitò i grandi monasteri della costa della Cina e riportò a sua volta i semi dello Zen nel suo proprio paese. Alcune generazioni dopo di lui, lo Zen diventava una delle principali scuole Buddiste del Giappone. Lo Zen non è né una ginnastica né una tecnica di benessere. Per tutti coloro che imboccano la Via dello Zen, si tratta di vivere totalmente, col corpo e la mente, di impegnarsi a prendersi cura di sé-stessi e del prossimo, di impegnarsi ad affrontare con coraggio le proprie paure come pure le proprie nevrosi. Se ci si attiene ad una formula classica, la pratica dello Zen consiste nel "risolvere il grande affare della vita e della morte" (Sûtra del Loto). Siamo messi di fronte alle domande fondamentali: sulla sofferenza, sull’angoscia e sulla morte, di noi stessi come pure degli altri. Sono questi problemi, in fondo, gli unici che ci rodono veramente, e che il Buddismo porta a risolvere prendendoli a cuore. Vivendo con amore, gentilezza, saggezza e risveglio.

L'esperienza dello Zen si rivela nell'approfondimento congiunto di meditazione, intelligenza ed etica morale, che corrispondono ai termini sanscriti di dhyâna, prajñâ e shîla. Il grande disegno del Buddha per gli uomini fu di insegnare il silenzio interiore, per far tacere le lotte ed i conflitti. La meditazione è la pratica di questo silenzio. Il Buddha Shâkyamuni dichiarò: "Qui ed ora, io e tutti gli esseri sulla grande terra abbiamo realizzato simultaneamente il risveglio". Ciò significa che, in origine, tanto il mondo intero che noi stessi siamo in pace. Praticare la meditazione, è realizzare e vivere questa pace. Misteriosamente, la meditazione non porta niente e tuttavia cambia tutto. Chiunque mediti, sconvolto dalla scoperta di questa pace, si reinveste dei propri atti con intelligenza. E da essi vengono naturalmente liberate tenerezza, bontà e bellezza. L'etica, una parola che esprime tutta l’accortezza dei nostri atti, manifesta poi questa intelligenza. Si avvera totalmente nell'amore e compassione. La vera etica è quella del bodhisattva: ‘non fare il male, fai il bene, e aiuta tutti gli esseri senzienti!’. Princìpi belli, semplici e tuttavia così difficili da mettere in pratica... I semi dello Zen sono già stati seminati in Occidente da una cinquantina di anni. E già numerosi fiori si sono aperti. Sta a noi di saperli cogliere.


sunyata